
7) Il mito di Er.
La necessit razionale di un premio per i giusti e di una
punizione per i malvagi porta a questo mito, con cui si conclude
la Repubblica. In esso troviamo un tentativo di spiegazione di due
importanti dottrine sulla conoscenza: quella sulla reminiscenza
(conoscere come ricordare) e quella sull'innatismo (presenza in
noi di idee non derivate dall'esperienza sensibile). Viene
affermata la teoria della reincarnazione (anche in animali). Per
le anime  possibile una scelta libera solo nel primo momento
della reincarnazione, poi essa  soggetta al destino. Platone
approfitta dell'occasione per sottolineare il suo giudizio
negativo sui tiranni.
Repubblica, 614 a-621 d (vedi manuale pagina 92).
1   [614 a] Ecco dunque, dissi, quali sono i premi, le mercedi e i
doni che il giusto ottiene da vivo dagli di e dagli uomini, oltre
a quei beni che la giustizia procurava per se stessa. - Certo,
ammise; beni belli e sicuri. - Ma questo  nulla, replicai, per
quantit e per grandezza, rispetto a ci che attende dopo la morte
sia il giusto sia l'ingiusto. E bisogna parlarne, perch ciascuno
dei due riceva esattamente ci che il discorso gli deve. - [b]
Parlane pure, rispose. Ben poche sono le cose che mi offrono
maggiore diletto quando le ascolto. - Non ti racconter certo un
apologo di Alcnoo, feci io, ma la storia di un valoroso, Er
figlio di Armenio, di schiatta panfilia. Costui era morto in
guerra e quando dopo dieci giorni si raccolsero i cadaveri gi
putrefatti, venne raccolto ancora incorrotto. Portato a casa, nel
dodicesimo giorno stava per essere sepolto. Gi era deposto sulla
pira quando risuscit e, risuscitato, prese a raccontare quello
che aveva veduto nell'aldil. Ed ecco il suo racconto. Uscita dal
suo corpo, l'anima aveva camminato insieme con molte [c] altre ed
erano arrivate a un luogo meraviglioso, dove si aprivano due
voragini nella terra, contigue, e di fronte a queste, alte nel
cielo, altre due. In mezzo sedevano dei giudici che, dopo il
giudizio, invitavano i giusti a prendere la strada di destra che
saliva attraverso il cielo, dopo aver loro apposto dinanzi i segni
della sentenza; e gli ingiusti invece a prendere la strada di
sinistra, in discesa. E anche questi avevano, ma sul dorso, i
segni di tutte le [d] loro azioni passate. Quando si era avanzato
lui, gli avevano detto che avrebbe dovuto descrivere agli uomini
il mondo dell'aldil, e che lo esortavano ad ascoltare e
contemplare tutto quello che c'era in quel luogo. E l vedeva le
anime che, dopo avere sostenuto il giudizio, se ne andavano per
una delle due voragini, sia del cielo sia della terra; attraverso
le altre due passavano altre anime: dall'una, sozze e polverose,
quelle che risalivano dalla terra; dall'altra, monde, altre che
scendevano dal cielo. E [e] quelle che via via arrivavano
sembravano venire come da un lungo cammino. Liete raggiungevano il
prato per accamparvisi come in festiva adunanza. E tutte quelle
che si conoscevano si scambiavano affettuosi saluti: quelle che
provenivano dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo
celeste, quelle che provenivano dal cielo notizie del mondo
sotterraneo. Si scambiavano i racconti, le prime [615 a] gemendo e
piangendo perch ricordavano tutti i vari patimenti e spettacoli
che avevano avuti nel loro cammino sotterraneo (un cammino
millenario), mentre le seconde narravano i godimenti celesti e le
visioni di straordinaria bellezza. Molto tempo, Glaucone,
occorrerebbe per i molti particolari, ma la sostanza del suo
racconto era questa: per tutte le ingiustizie commesse e per tutte
le persone offese da ciascuno, avevano pagato la pena un caso dopo
l'altro, e per ciascun caso dieci volte tanto (questo avveniva
ogni [b] cento anni, perch tale  la durata della vita umana).
Ci perch il castigo subto fosse il decuplo della colpa: perch
ad esempio, i responsabili della morte di molte persone per aver
tradito citt o eserciti, e coloro che molte ne avessero ridotte
in schiavit o fossero stati complici di altri misfatti, per
ciascuno di tutti questi delitti riportassero sofferenze decuple;
e, viceversa, perch coloro che avessero fatto dei benefci e
fossero stati giusti e pii, fossero premiati nella [c] medesima
proporzione. Altro diceva dei morti sbito dopo la nascita e dei
vissuti breve tempo, ma sono cose che non merita ricordare. Ancora
maggiori, secondo il suo racconto, erano le mercedi per l'empiet
e la piet verso gli di e i genitori e per l'omicidio. Asseriva
infatti di essersi appunto trovato accanto a uno cui un altro
chiedeva dove fosse il grande Ardieo. Questo Ardieo era stato
tiranno in una citt della Panfilia, mille anni prima, e, come si
[d] diceva, aveva ucciso il vecchio padre e il fratello maggiore,
e si era macchiato di molte altre nefandezze. L'interrogato,
riferiva Er, aveva risposto: Non viene n potrebbe venir qui.
2   Infatti tra gli altri orrendi spettacoli abbiamo veduto anche
questo. Come fummo presso lo sbocco, l l per risalire e
trovandoci ad aver subto tutte le altre prove, d'improvviso
scorgemmo lui e altri, per lo pi tiranni, ma c'era anche gente
privata, colpevole di gravi peccati. Essi [e] credevano ormai che
sarebbero risaliti, ma lo sbocco non li riceveva, anzi emetteva un
muggito ogni volta che uno di questi scellerati inguaribili o uno
che non avesse ancora espiato nella misura dovuta tentava di
salire. L presso, raccontava, c'erano uomini feroci, tutti fuoco
a vedersi, che sentendo quel boato afferravano gli uni a mezzo il
corpo e li trascinavano via, ma ad Ardieo e ad altri avevano [616
a] legato mani, piedi e testa, li avevano gettati a terra e
scorticati, e li trascinavano lungo la strada, dalla parte
esterna, straziandoli su piante di aspalato. E a coloro che via
via sopraggiungevano, spiegavano quali erano le ragioni di tutto
questo aggiungendo che li conducevano via per gettarli nel
Tartaro. Laggi, continuava, avevano provato molti terrori di ogni
genere, ma tutti li superava la paura che ciascuno aveva di
sentire quel boato al momento di salire. E ciascuno era stato
molto contento di venir su senza sentirlo. Queste erano
all'incirca le pene e i castighi [b] e le corrispondenti
ricompense. Quando i singoli gruppi che si trovavano nel prato vi
avevano trascorso sette giorni, nell'ottavo dovevano levarsi di l
e mettersi in cammino, per giungere nel quarto giorno in un luogo
donde potevano scorgere, tesa dall'alto attraverso tutto il cielo
e la terra, una luce diritta come una colonna, molto simile
all'arcobaleno, ma pi intensa e pi pura. Vi erano arrivati dopo
un giorno di marcia e col avevano veduto, [c] in mezzo alla luce,
tese dal cielo, le estremit dei suoi legami. Era questa luce a
tenere avvinto il cielo e, come le gomene esterne delle triremi, a
tenere insieme tutta la circonferenza. Alle estremit era sospeso
il fuso di Ananke [la personificazione del Destino immutabile],
per il quale giravano tutte le sfere. Il suo fusto e l'uncino
erano di diamante, il fusaiolo una mescolanza di diamante e di
altre materie. Il fusaiolo aveva questa natura: [d] per la figura
era come quello che si usa in questo nostro mondo, ma il racconto
di Er deve far pensare che fosse costruito come se entro un grande
fusaiolo cavo e interamente intagliato fosse incastrato un altro
consimile, ma pi piccolo, come quei vasi che entrano esattamente
l'uno [e] nell'altro; e cos un terzo, un quarto e altri quattro.
Tutti insieme i fusaioli erano otto, incastrati l'uno nell'altro,
e superiormente mostravano i loro orli circolari; costituivano il
dorso continuo di un unico fusaiolo accentrato sul fusto e il
fusto passava da parte a parte l'ottavo fusaiolo lungo l'asse
mediano. Il primo fusaiolo, il pi esterno, aveva il cerchio
dell'orlo molto largo. Seguivano poi in ordine decrescente il
sesto, il quarto, l'ottavo, il settimo, il quinto, il terzo, il
secondo. Il cerchio del maggiore era variegato, quello del settimo
lucentissimo, quello [617 a] dell'ottavo riceveva il colore dal
settimo che lo illuminava, quelli del secondo e del quinto si
somigliavano, ma erano pi gialli dei precedenti; il terzo aveva
una tinta bianchissima, il quarto rossastra, il sesto veniva al
secondo posto per bianchezza. Il fuso ruotava tutto volgendosi con
moto uniforme e nel girare dell'insieme i sette cerchi interni
giravano lenti in direzione opposta. Il pi rapido era l'ottavo,
[b] secondi venivano, tutti insieme, il settimo, il sesto e il
quinto; terzo in questo moto rotatorio era, come appariva a quelle
anime, il quarto; quarto e quinto rispettivamente il terzo e il
secondo. Il fuso si volgeva sulle ginocchia di Ananke. Sull'alto
di ciascuno dei suoi cerchi stava una Sirena che, trascinata in
quel movimento circolare, emetteva un'unica nota su un unico tono;
e tutte otto le note creavano un'unica armonia. Altre tre donne
sedevano in cerchio a [c] eguali distanze, ciascuna su un trono:
erano le sorelle di Ananke, le Moire, in abiti bianchi e con serti
sul capo, Lachesi Cloto Atropo. E cantavano in armonia con le
Sirene: Lachesi il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro.
Cloto a intervalli toccava con la destra il fuso e ne accompagnava
il giro esterno, cos come faceva Atropo con la sinistra per [d] i
giri interni; e Lachesi con l'una e con l'altra mano toccava ora i
giri interni ora quello esterno.Al loro arrivo, le anime dovevano
presentarsi a Lachesi. E un araldo divino prima le aveva disposte
in fila, poi aveva preso dalle ginocchia di Lachesi le sorti e
vari tipi di vita, era salito su un podio elevato e aveva detto:
Parole della vergine Lachesi sorella di Ananke. Anime
dall'effimera esistenza corporea, incomincia per voi un altro
periodo di generazione mortale, preludio a nuova [e] morte. Non
sar un dmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il
dmone. Il primo che la sorte designi scelga per primo la vita cui
sar poi irrevocabilmente legato. La virt non ha padrone; secondo
che la onori o a spregi, ciascuno ne avr pi o meno. La
responsabilit  di chi sceglie, il dio non  responsabile. Con
ci aveva scagliato al di sopra di tutti i convenuti le sorti e
ciascuno raccoglieva quella che gli era caduta vicino, salvo Er,
cui non era permesso di farlo. Chi l'aveva raccolta vedeva
chiaramente il numero da lui sorteggiato. [618 a] Subito dopo
<l'araldo> aveva deposto per terra davanti a loro i vari tipi di
vita, in numero molto maggiore dei presenti. Ce n'erano di ogni
genere: vite di qualunque animale e anche ogni forma di vita
umana. C'erano tra esse tirannidi, quali durature, quali
interrotte a met e concludentisi in povert, esilio e miseria.
C'erano pure vite di uomini celebri o per l'aspetto esteriore, per
la bellezza, per il [b] vigore fisico in genere e per l'attivit
agonistica, o per la nascita e le virt di antenati; e vite di
gente oscura da questi punti di vista, e cos pure vite di donne.
Non c'era per una gerarchia di anime, perch l'anima diventava
necessariamente diversa a seconda della vita che sceglieva. Il
resto era tutto mescolato insieme: ricchezza e povert o malattie
e salute; e c'era anche una forma intermedia tra questi estremi.
L, come sembra, caro Glaucone, appare tutto il pericolo per
l'uomo; e per questo ciascuno [c] di noi deve stare estremamente
attento a cercare e ad apprendere questa disciplina senza curarsi
delle altre, vedendo se riesce ad apprendere questa disciplina
senza curarsi delle altre, vedendo se riesce ad apprendere e a
scoprire chi potr comunicargli la capacit e la scienza di
discernere la vita onesta e la vita trista e di scegliere sempre e
dovunque la migliore di quelle che gli sono possibili: ossia,
calcolando quali effetti hanno sulla virt della vita tutte le
cose che ora abbiamo dette, considerate insieme o separatamente,
sapere che cosa produca la bellezza mescolata a povert [d] o
ricchezza, se cio un male o un bene, e quale condizione
dell'anima a ci concorra, e quale effetto producano con la loro
reciproca mescolanza la nascita nobile e ignobile, la vita privata
e i pubblici uffici, la forza e la debolezza, la facilit e la
difficolt d'apprendere, e ogni altra simile qualit connaturata
all'anima o successivamente acquisita. Cos, tirando le
conclusioni di tutto questo, egli potr, guardando la natura
dell'anima, scegliere una vita peggiore [e] o una vita migliore,
chiamando peggiore quella che la condurr a farsi pi ingiusta,
migliore quella che la condurr a farsi pi giusta. E tutto il
resto lo lascer perdere. Abbiamo veduto che  questa la scelta
migliore, da vivo [619 a] come da morto. Con questa adamantina
opinione egli deve scendere nell'Ade, per non lasciarsi neppure l
impressionare dalle ricchezze e da simili mali, per non gettarsi
sulle tirannidi e altre condotte del genere e quindi commettere
molti insanabili mali, e per non patirne lui stesso di ancora
maggiori; ma per sapere sempre scegliere tra cotali vite quella
mediana e fuggire gli eccessi nell'uno e nell'altro senso, sia,
per quanto  possibile, in questa nostra vita, sia in tutta la
vita futura. Cos l'uomo pu raggiungere [b] il colmo della
felicit.
3   In quel momento, dunque, secondo quanto narrava il nunzio che
veniva di l, l'araldo divino aveva parlato cos: Anche chi si
presenta ultimo, purch scelga con senno e viva con regola, pu
disporre di una vita amabile, non cattiva. Il primo cerchi di
scegliere con cura e l'ultimo non si scoraggi. A queste parole,
raccontava Er, colui che aveva avuto la prima sorte si era subito
avanzato e aveva scelto la maggiore tirannide. A questa scelta era
stato spinto dall'insensatezza e dall'ingordigia, senza averne [c]
abbastanza valutato tutte le conseguenze. E cos non s'era accorto
che il fato racchiuso in quella scelta gli riservava la sorte di
divorarsi i figli, e altri mali. Quando l'aveva esaminata a suo
agio, si percoteva e si lamentava della scelta, senza tenere
presenti le avvertenze dell'araldo divino. Non gi incolpava se
stesso dei mali, ma la sorte e i dmoni, tutto insomma eccetto s.
Egli apparteneva al gruppo che veniva dal cielo e nella vita
precedente era vissuto in un [d]8 regime ben ordinato, ma aveva
acquistato virt per abitudine, senza filosofia. E per quanto se
ne poteva dire, tra coloro che si lasciavano sorprendere in simili
imprudenze non erano i meno quelli che venivano dal cielo: perch
erano inesperti di sofferenze. Invece coloro che venivano dalla
terra, per lo pi non operavano le loro scelte a precipizio:
perch avevano essi stessi sofferto o veduto altri soffrire. Anche
per questo, oltre che per la fortuna nel sorteggio, la maggior
parte delle anime permutava mali con beni e beni con mali. Perch
se uno, quando arriva a questa nostra vita, pratica sempre sana
filosofia, e se nel momento [e] della scelta la sorte non gli cade
tra le ultime, ha buone probabilit, secondo le notizie di l
riferite, non solo di essere felice in questo mondo, ma anche di
compiere il viaggio da qui a l e da l a qui non per una strada
sotterranea e aspra, ma liscia e celeste. Meritava poi vedere,
diceva, come le singole anime sceglievano le loro vite. [620 a]
Spettacolo insieme miserevole, ridicolo e meraviglioso! La
maggioranza sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita
precedente. Diceva d'avere veduto l'anima che era stata un tempo
di Orfeo intenta a scegliere la vita di un cigno: non voleva
nascere da grembo di donna per l'odio che nutriva verso il sesso
femminile che aveva cagionato la sua morte [disperato per non
essere riuscito a riportare dall'Ade alla vita terrena la sposa
Euridice, orfeo vagava per le montagne della Tracia sfogando il
suo dolore, quando, imbattutosi in uno stuolo di Baccanti, ne
venne selvaggiamente dilaniato]; e l'anima di Tamiri [fu il primo
dei cantori di corte; narrava la leggenda che, insuperbitosi per
la propria bravura, volle gareggiare con le Muse e ne fu accecato
per punizione] scegliere la vita di un usignolo. Aveva visto anche
un cigno che con la sua scelta mutava la propria vita in quella
umana, e cos pure [b] altri animali canori. L'anima che era stata
designata ventesima dalla sorte aveva scelto la vita di un leone:
era quella di Aiace Telamonio, che rifuggiva dal diventare uomo
ricordandosi del giudizio relativo alle armi [si tratta della
contesa per le armi di Achille aggiudicate a Odisseo anzich ad
Aiace che se ne riteneva pi meritevole; di qui la ragione del
corruccio dell'ombra di Aiace quando Odisseo scende nell'Ade
(Odissea, undicesimo, 543-565)]. Dopo di lui veniva quella di
Agamennone: anche questa, per ostilit verso il genere umano
dovuta alle sofferenze patite, aveva scambiato la sua vita con
quella di un'aquila. Posta dalla sorte nel gruppo di mezzo,
l'anima di Atalanta, come aveva scorto grandi onori riservati a un
atleta, non era stata capace di passare oltre e li aveva [c]
raccolti [Atalanta, celebre per la velocit nella corsa, fu vinta
tuttavia da Ippomene che durante la gara le gett magnifiche mele
che ella si ferm a raccogliere]. Dopo di lei, aveva visto l'anima
di Epeo, figlio di Panopeo [Epeo fu un pugile che partecip alla
guerra di Troia; Omero ne ricorda l'incontro avventuroso con
Eurialo (Iliade, ventitreesimo, 664-700) e la costruzione del
famoso cavallo di legno sotto la guida di Atena (Odissea, ottavo,
492 e seguenti; undicesimo, 523)], assumere la natura di una donna
operaia; lontano, tra gli ultimi, quella del buffone Tersite
penetrare in una scimmia [Tersite  il popolano guercio, zoppo e
gobbo che vomita ingiurie contro i comandanti greci e propone la
ritirata da Troia dell'esercito acheo, finch Odisseo non lo
riduce al silenzio bastonandolo con lo scettro (Iliade, secondo,
212-277)]. S'era avanzata poi a scegliere l'anima di Odsseo, cui
il caso aveva riservato l'ultima sorte: ridotta senza ambizioni
dal ricordo dei precedenti travagli, se n'era andata a lungo in
giro cercando la vita di un privato individuo schivo di ogni
seccatura. E non senza pena l'aveva [d] trovata, gettata in un
canto e negletta dalle altre anime; e al vederla aveva detto che
si sarebbe comportata nel medesimo modo anche se la sorte l'avesse
designata per prima; e se l'era presa tutta contenta. E nello
stesso modo passavano dalle altre bestie in uomini e dalle une
nelle altre: le ingiuste si trasformavano in quelle selvagge, le
giuste in quelle mansuete. Si facevano mescolanze di ogni genere.
Dopoch tutte le anime avevano scelto le rispettive vite, si
presentavano a Lachesi nell'ordine stabilito dalla sorte. A
ciascuno ella dava come compagno il dmone che quegli s'era preso,
perch gli fosse guardiano durante la [e] vita e adempisse il
destino da lui scelto. Ed esso guidava l'anima anzitutto da Cloto,
a confermare, sotto la sua mano e sotto il giro del fuso, il
destino che s'era scelta dopo il sorteggio. Poi toccava questo e
quindi la conduceva alla trama tessuta da Atropo rendendo
inalterabile il destino una volta filato. Di l senza volgersi
<ciascuno> si recava sotto [621 a] il trono di Ananke e gli
passava dall'altra parte. Dopoch anche gli altri erano passati,
tutti si dirigevano verso la pianura del Lete in una tremenda
calura e afa. Era una pianura priva d'alberi e di qualunque
prodotto della terra. Al calare della sera, essi si accampavano
sulla sponda del fiume Amelete, la cui acqua non pu essere
contenuta da vaso alcuno. E tutti erano obbligati a berne una
certa misura, ma chi non era frenato dall'intelligenza ne beveva
[b] di pi della misura. Via via che uno beveva, si scordava di
tutto. Poi s'erano addormentati, quando, a mezzanotte, era
scoppiato un tuono e s'era prodotto un terremoto: e d'improvviso,
chi di qua, chi di l, eccoli portati in su a nascere, ratti
filando come stelle cadenti. Lui, Er, aveva ricevuto divieto di
bere quell'acqua. Per dove e come avesse raggiunto il suo corpo
non sapeva. Sapeva soltanto che d'un tratto aveva aperto gli occhi
e s'era veduto all'alba giacere sulla pira. E cos, Glaucone, s'
salvato il mito e non  [c] andato perduto. E potr salvare anche
noi, se gli crediamo; e noi attraverseremo bene il fiume Lete e
non insozzeremo l'anima nostra. Se mi darete ascolto e penserete
che l'anima  immortale, che pu soffrire ogni male e godere ogni
bene, sempre ci terremo alla via che porta in alto e coltiveremo
in ogni modo la giustizia insieme con l'intelligenza, per essere
amici a noi stessi e agli di, sia finch [d] resteremo qui, sia
quando riporteremo i premi della giustizia, come chi vince nei
giochi raccoglie in giro il suo premio; e per vivere felici in
questo mondo e nel millenario cammino che abbiamo descritto

 (Platone, Opere, volume secondo, Laterza, Bari, 1967, pagine 447-
455).

